La prima birra campana da filiera agricola e un poker di gin dal Veneto: campioni del buon bere

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La prima birra campana da filiera agricola e un poker di gin dal Veneto: campioni del buon bere

di Flavio Pagano

Il “presunto innocente” di oggi è l’alcool, protagonista di un comparto del Made in Italy, fra i più rari e raffinati. Abbiamo scelto come modelli due aziende, una del Sud e una del Nord, per ricordarci che la cultura del bere appartiene prima di tutto ai sobri. Entrambi questi produttori, infatti, sono esemplari quanto a ricerca della qualità, amore per la sostenibilità, e autentica ispirazione poetica. Parleremo di fiori e di mare, di ambizione e di sogni, di sfumature e di dettagli. Perché, questa la tesi della  “difesa”, bere è un’arte. Un’arte che vive di gioia e di moderazione, di piacere e di pacatezza, di sapienza e di intelligenza.

I due produttori in questione sono quasi agli antipodi dello Stivale: parliamo della birra Serrocroce, che nasce in una perla assoluta del Mezzogiorno quale è Monteverde, in Alta Irpinia, paese orgogliosamente membro dei Borghi più Belli d’Italia e premiato dall’UE per il miglior progetto italiano di comunità inclusiva; e di un gin che è nato invece, anche in questo caso con orgoglio, nel cuore del Veneto, ad opera della Spiriti Liberi drink.

Il birrificio Serrocroce, svetta sui 740 metri d’altezza, in una zona storicamente votata alla cerealicoltura, e le radici di quella che è oggi la sua filiera affondano negli Anni ’60. Ma è nel 2011 che l’azienda inizia una irresistibile crescita, grazie alla particolarità della sua mission: servire in tavola una birra artigianale, frutto di una rigorosa filiera corta, mescolando la solidità della tradizione e l’audacia dell’innovazione: il tutto, nel completo rispetto dell’ambiente e della ecosostenibilità.

Una birra insomma, che nasce prima di tutto dalla passione per la terra. Passione che Vito Pagnotta, patron dell’azienda, ha ereditato dal padre e dal nonno, e che, malgrado una formazione professionale internazionale, lo ha spinto a desiderare fortemente di operare in Italia, anzi proprio nel paese natio. Ed è così che, dall’unione di molti saperi, è nata la prima birra campana da filiera agricola. Una birra frutto di materie prime autoprodotte: orzo, grani antichi, spezie e luppolo, che tradizione e innovazione spingono verso il total green. Una scelta vincente, in chiave di sostenibilità e risparmio energetico, che ha permesso alla Serrocroce di conquistare l’ambìto riconoscimento nazionale di Coldiretti: l’Oscar Green.

La gamma si compone di 6 diverse tipologie di birra: Chiara, Ambrata, Granum, La Fresca, Luppolata, Monteverde. Quest’ultima è l’espressione più compiuta del territorio, e scaturisce dall’ambizioso intento di mettere in rete gli agricoltori di Monteverde, generando la materia prima utile a dar vita a un vero e proprio, inimitabile nettare. Le birre Serrocroce hanno mietuto ovunque premi prestigiosi: il Cerevisiae dell’Università della Birra, ad esempio, o il prestigioso riconoscimento nazionale di Slow Food, Filiera Italiana che, sulla Guida Delle Birre D’Italia 2025, annovera Serrocroce come il miglior birrificio italiano per la filiera agricola.

Anche S. A. S. il principe Alberto di Monaco, grande cultore di birra, in occasione di una visita a Monteverde, ha elogiato il progetto brassicolo di Serrocroce, tanto da riconoscergli il Label des Sites historiques Grimaldi de Monaco. L’azienda, oggi, oltre che luogo di produzione, è anche un centro di ricerca nel campo delle coltivazioni, dell’ecosostenibilità, della cultura del territorio e dello sviluppo turistico.  

Dalla Campania, ci spostiamo in Veneto E anche qui incontriamo una realtà orgogliosa delle proprie radici geografiche, la Spiriti Liberi drink, azienda agile e votata al rispetto dell’ambiente che, con passione e competenza, ha messo al mondo un raffinato quartetto di gin.

“Abbiamo voluto onorare le quattro altitudini del Veneto”, spiegano i titolari, Marco Vidori e Lisa Sartor: “Il Veneto è l’unica Regione italiana in cui tutte le quattro altitudini naturali sono patrimonio dell’UNESCO, e noi abbiamo realizzato 4 gin per onorare ciascuna di esse. L’idea è nata visitando gli orti di un amico che coltiva, in maniera rigorosamente biologica, erbe aromatiche destinate alla produzione di distillati e infusi. Il primo lo abbiamo chiamato Laguna, per l’altitudine del grado zero in cui nasce da 18 erbe aromatiche e 2 alghe, aggiunte per far sentire il mare. In particolare la salicornia, che non ha un profumo rilevante, ma possiede un sapore molto salino, e la lattuga di mare, che al contrario non ha sapore, ma esprime un intenso sentore marino. Il secondo è ispirato ai campi, e infatti lo abbiamo chiamato Pianura. È un gin floreale, creato con 15 erbe aromatiche, più rosa canina, fiori di gelsomino e di acacia e una particolare meletta rossa, dalla polpa rossa che, essiccata e distillata, assume una vaga profumazione di strudel. Il terzo, Rive, ha 18 erbe aromatiche, è dedicato alle colline. Per questo contiene anche una particolare castagna. È un raro gin affumicato, la cui delicatissima affumicatura deriva soltanto dalla presenza di questa castagna arrostita. E poi c’è Cime, l’ultimo dei nostri 4 long dry gin. Un gin montanaro, per così dire, forte di 15 erbe aromatiche, cristalli di resina, trucioli di cirmolo, gemme di pino silvestre. Questa dote lo rende sottilmente balsamico.” Quattro gin per un vero e proprio gran tour del Veneto, insomma, da Venezia a Cortina, per scoprire e assaporare le più recondite sfumature di una terra che ha fatto del  buon bere un pilastro della propria cultura. Quattro gin che sono un’autentica, raffinatissima summa della produzione di questo tipo di bevanda alcolica di qualità.

Grande l’attenzione, anche da parte della Spiriti Liberi, per il green. Non solo le erbe utilizzate sono prodotte biologicamente, ma il vetro delle bottiglie è riciclato. Per questo, spiega Vidori “siamo orgogliosi anche dei microdifetti delle nostre bottiglie, che a volte presentano minuscole bollicine d’aria all’interno del vetro e hanno una caratteristica colorazione, appena percettibile, che è tipica del riciclato”. In vetro, con gli stessi criteri, anche il tappo. Ma il confezionamento del prodotto è tutto ricco di finezze. Le diciture in braille, ad esempio, e l’etichetta, per così dire, antiscivolo, per poterla maneggiare anche in velocità, in tutta sicurezza. Non a caso le bottiglie, etichettate a mano, sono numerate e firmate dallo stesso Vidori.

Che altro dire? che la qualità vinca sempre sulla quantità… Prosit!

(foto fornita dall’autore)

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