La ricerca visiva di Cesare Accetta

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La ricerca visiva di Cesare Accetta

di Luca Sorbo

La ricerca di Cesare Accetta è una sperimentazione continua che trova nel teatro il suo costante e privilegiato campo di indagine e che si manifesta attraverso la fotografia ed il disegno luci sia nel cinema che sul palcoscenico. Il NERO SENSIBILE è il principio guida di tutta la sua produzione che pur nella diversità dei progetti trova una sua coerenza interiore.

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“Nella scatola nera come per la camera oscura, tutto deve ancora accadere; la luce svela l’evento mentre il nero diventa sensibile. È il momento in cui il fotografo decide cosa registrare, ma soprattutto se registrare.”

Le immagini di Cesare Accetta possono essere considerate delle drammaturgie visive, è una sorta di recitazione fotografica, il fotografo è sempre all’interno dello spettacolo e ne vive ogni tensione.

Come è nato il tuo interesse per la fotografia?

È nato come un hobby quando ero uno studente liceale. Inizialmente era solo un passatempo. Presto, però, è diventato un interesse dominante e sono stato subito incuriosito dalle possibilità espressive di questo linguaggio. Avevo amici che facevano sperimentazione al teatro Instabile di Michele Del Grosso ed io li seguivo documentando il loro lavoro. Già nel 1976 presentai alcune mie immagini al teatro San Ferdinando in una rassegna sul teatro contemporaneo a Napoli.

Quando hai deciso di occuparti di fotografia teatrale a tempo pieno sia come ricerca che come professione?

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Molto importante è stata la conoscenza di Antonio Neiwiller con cui decidemmo di aprire una casa-studio insieme. Prendemmo in affitto un appartamento a palazzo Marigliano e fondammo lo studio Memini che era il motto della famiglia che aveva costruito il prestigioso edificio all’interno dei decumani di Napoli. Sono stati anni bellissimi. Era una casa-studio tra i più frequentati della città, uno spazio dove artisti e fotografi avevano la possibilità di presentare i loro lavori. In quel periodo collaborai anche con Lucio Amelio ospitando mostre per la rassegna sulla Nuova creatività del Mezzogiorno. Non era una galleria d’arte, perché non avevo quel tipo di interesse, ma un luogo di sperimentazione e di verifica. C’è stato, ad esempio, il progetto rassegna del giovanissimo gruppo teatrale  Falso movimento, che era il gruppo di Mario Martone, presentarono Falso movimento live, una serie di performances dove ogni componente del gruppo presentava una sua piccola ricerca personale.

Come fotografo di scena quali sono state le tue prime esperienze, oltre queste collaborazioni amichevoli?

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Purtroppo Napoli non ha mai consentito ai fotografi di specializzarsi in qualche settore. La foto di scena, quindi, era solo una parte della mia attività. Mi sono occupato di moda, di pubblicità e di architettura. Per il teatro ho seguito diverse compagnie come il Teatro Studio di Caserta di Tony Servillo, Enzo Moscato, Antonio Neiwiller, Annibale Ruccello, Remondi e Caporossi e Falso Movimento. In quegli anni ho conosciuto poi Laura Angiulli, che in seguito è diventata la mia compagna di vita. Insieme ad Arturo Morfino dirigeva il Playstudio, uno spazio che si occupava di ricerca e sperimentazione non solo teatrale.

Quali sono stati i tuoi riferimenti culturali in fotografia?

  Ho sempre apprezzato molto il lavoro di Duane Michaels cha ha indagato l’ambiguità del linguaggio fotografico. Le sue opere hanno sempre una circolarità che ho spesso utilizzato anche nelle mie ricerche. C’è anche una sospensione temporale che mi ha spesso affascinato. Nel cinema il mio riferimento è sempre stato Andrej Tarkovskij che definiva il film come una scultura del tempo.

Come è nata la ricerca ed il libro Nero Sensibile?

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Nasce come sintesi di una mia ricerca decennale, che ha origine nel 1976 e che trova una sua presentazione nel 1985. Nero Sensibile racchiude il concetto che  ho della fotografia: Il nero è il campo dove la luce deve ancora intervenire, è il luogo dove tutto è ancora possibile. La camera oscura diventa un palcoscenico dove tutto deve ancora accadere, il fotografo decide se e come il materiale sensibile deve essere esposto per registrare l’evento. Mi interessa sempre realizzare un’immagine dove è importante ciò che si vede, ciò che si intravede e, soprattutto, fare immaginare allo spettatore ciò che non si vede, in definiva un’immagine che lasci a chi la guarda uno spazio di lettura emozionalmente soggettivo.

Quale è stato il tuo percorso dopo Nero Sensibile?

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Ho cominciato a creare delle situazioni teatrali personali. Ad esempio il lavoro Stanze, che ho presentato nel 1990 allo Studio Scalise, era uno studio di mie ricerche sulla luce e la composizione. Volevo realizzare opere contemporanee che avessero sempre una dimensione di classicità. Nel 1994 decido di abbandonare la professione di fotografo. Comincio a lavorare come Light designer a teatro e contemporaneamente anche come direttore della fotografia nel cinema. Il primo spettacolo in cui sono stato ufficialmente responsabile del disegno luci è stata una regia di Laura Angiulli dal titolo L’uomo, la bestia e la virtù mentre il primo film è stato Racconti di Vittoria di Antonietta De Lillo. Ho scoperto il fascino e la difficoltà della creazione della luce nel contesto  cinematografico che, al tempo delle riprese in  pellicola, doveva essere estremamente accurata non avendo a disposizione gli attuali strumenti di post produzione digitale.

Quale è stata la tua collaborazione con Mario Martone?

Con Mario vi è stata una lunga collaborazione fin dai suoi esordi. Ho documentato tutte le sue produzioni teatrali e cinematografiche fino alla metà degli anni Novanta del Novecento.  Sono stato fotografo di scena sia nel film Morte di un matematico napoletano che nell’ Amore molesto. Queste esperienze sono state per me molto importanti per le mie scelte successive. Sul set ho conosciuto Luca Bigazzi, uno dei maggiori direttori delle luci a livello internazionale. Osservare con quanta passione svolgeva il suo lavoro mi ha motivato ad intraprendere il nuovo percorso  della direzione della fotografia nel cinema.

Ultimamente hai avuto un’esperienza professionale di grande importanza con la Cupa di Mimmo Borrelli. Hai vinto il premio UBU, che sono gli Oscar del teatro, per il miglior disegno luci. Come hai vissuto questa esperienza?

La Cupa è uno spettacolo con una scenografia complessa che si sviluppa non solo sul palco ma per quasi tutta la sala teatrale.  Mimmo fa un teatro molto particolare e sono riuscito a penetrare a fondo la sua drammaturgia.  Ho realizzato ormai circa 200 allestimenti, sono un fautore delle nuove tecnologie e, anche se ho amato molto l’analogico, credo che il digitale dia delle possibilità notevoli.

Come è nata la mostra ed il libro Dietro gli occhi curato da Maria Savarese?

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Sia la mostra che il libro sono nati da una idea di Maria Savarese. Maria si occupa da molti anni del recupero degli archivi e mi ha proposto di individuare nella mia produzione ventennale delle immagini che erano sia indicative del teatro sia del mio percorso come fotografo. La mostra fu presentata al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli). Le situazioni di luce dei primi spettacoli erano molto difficili, ed il lavoro di sviluppo e stampa delle immagini era molto complesso. Questo rende le immagini di quel periodo ancora più interessanti, alcune più documentative ed altre in cui sperimentavo delle possibilità espressive e le possibilità del linguaggio fotografico

Tutte queste sperimentazioni, tutte queste competenze acquisite convergono in una mostra al Museo Madre di Napoli dal titolo In Luce, sempre a cura di Maria Savarese. Come è nata questa ricerca visiva?

IN LUCE è stato un momento di sintesi di tutte le mie esperienze sia professionali  che espressive. Sono dei videoritratti dove i soggetti vivono un’esperienza emotiva sottolineata dal mutare della luce. In questo lavoro c’è anche la mia ricerca sul corpo e sulla sua espressività. È sempre un palcoscenico dove la luce determina il confine tra il visibile ed il non visibile.

Come è nata la mostra Drama al Blu Di Prussia a cura di Maria Savarese?

     Anche in questa mostra ripropongo i temi che mi sono più cari. È una ricerca sull’umano e sulla luce. Si ricollega alla mostra In Luce che presentai al Madre otto anni fa. È una ricerca sulla possibilità che un mezzo meccanico possa registrare un sentimento. È una mia riflessione che parte dal 1985 con Nero Sensibile e che ancora oggi mi affascina. La mostra è nata con la collaborazione di Alessandra D’Elia. Abbiamo costruito una scena in cui gli attori sono le fotografie e gli spettatori, che si muovono in uno spazio completamente nero, sono in qualche modo osservati dalle immagini. Sono quindici ritratti realizzati con una luce molto fioca, nel tentativo registrare un’emozione. Lo spettatore è immerso nel nero e condivide lo spazio emotivo con le foto, così come accade in teatro con gli attori.

Che cosa è per te oggi la fotografia?

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L’apporto della tecnologia digitale ha aperto uno spazio illimitato alla diffusione d’uso dell’immagine riprodotta, annullandone tuttavia la ritualità legata alla pratica  di progressivo “svelamento” nel processo fotografico; la tecnologia analogica operava in una condizione di attesa della comparsa dell’immagine, con conseguente possibilità d’intervento, e eventuale  valore aggiunto in termini di artisticità. D’altra parte la vecchia foto solitamente sbiadita, gelosamente conservata negli archivi familiari, si proponeva quale traccia del congelamento di un tempo della memoria solo attraverso “quell’immagine” lanciato verso il futuro. Oggi, com’è evidente, la  fotografia è definitivamente deprivata  dell’unicità simbolica derivante dall’irripetibilità del gesto creativo, si propone fra le pratiche di consumo più frequentate grazie alla disponibilità tecnica concessa anche dai telefonini più modesti, e si attesta fra i sistemi di comunicazione più diffusi, non solo nell’uso dei soggetti più giovani, con evidente scadimento della potenzialità artistica connessa al mezzo.

In quanto a me, la fotografia  è ancora il luogo di un sentire che accoglie la realtà nell’intima ricostruzione di un percorso emozionale: scrivere con la luce e raccontare per immagini.

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