Quando il sax diventa preghiera: Napoli dice addio a James Senese
Testo e foto di Manuela Ragucci
Napoli in lutto.Le sue lacrime risuonano come note sospese nell’incipit di “Chi tene ’o mare”, dove il sassofono si apre malinconico e dolente. Quel suono,l’anima stessa di James Senese, riecheggia ora come un’eco silente nei cuori di tutta la città.
E stamattina, fuori dalla chiesa di Santa Maria dell’Arco di Miano, quell’eco si è fatta presenza viva, accompagnandolo nel suo ultimo viaggio terreno.
Così il sassofonista partenopeo, uno dei più grandi talenti della musica internazionale, è stato salutato tra gli applausi e la commozione della sua gente: amici di una vita e una folla che gli ha reso omaggio nel quartiere che non ha mai lasciato.
Sembrano riecheggiare proprio oggi, nella sua voce inimitabile, i versi del brano ‘O nonno:
“Guagliù, nun v’a pigliate
E nun spennite troppo pe’ chistu funerale
Si fosse pe’ me, ie me ne jesse ’ngoppa a ’na carretta.
E fiore, m’arraccumanno, e fiore:
Dicite a gente che nun ’e voglio e fiore,
primmo pecché po’ addore n’ ’o pozzo chiù sentì
e pe’ sicondo nun voglio ca pure appriesso a me
cierti fior annà murì”.
Ma anche se il sipario si chiude, ’o Showmen, come affettuosamente lo chiamano, non può davvero uscire di scena.
Perché James Senese è già leggenda e non solo da oggi.
È sempre stato una leggenda vivente: chi ha avuto il privilegio di ascoltarlo dal vivo, di sentirlo suonare e raccontare, di incrociare anche solo per un attimo il suo sguardo fiero e la sua voce ruvida e sincera, sa di aver incontrato una grande anima, dall’aura forte e impetuosa come la sua musica.
Il “nero a metà” più “nero a metà” di tutti, figlio della guerra, di una donna napoletana e di un soldato del North Carolina: l’incarnazione vivente del criaturo della Tammurriata nera.
Fin da subito ha portato sulla pelle il peso e il dono della diversità, che ha saputo trasformare in forza e opportunità.
Da ragazzo capì che per farsi ascoltare non bastavano le parole. Scelse allora il sax come voce, e attraverso quel fiato caldo e ruvido ha imparato presto a raccontare la città, le sue ferite, la sua bellezza.
“Jè, nun dà retta. Tu sì speciale”, gli diceva il nonno e aveva ragione.
Quel giovane alto, con lo sguardo fiero e il cuore inquieto, sarebbe diventato la voce più sincera del Neapolitan Power, la colonna sonora di un popolo intero.
Con gli Showmen prima, e poi con i Napoli Centrale, ha dato freschezza al sound napoletano, dignità al dialetto e rabbia alla poesia, fondendo jazz, blues e sangue mediterraneo.
Quando il suo sax dialogava con la chitarra di Pino Daniele, Napoli non era più solo una città: era un battito.
Una lingua universale impastata con l’impeto della lava del Vesuvio, con il colore del tufo e bagnata dal mare del golfo più bello del mondo.
Ha suonato nei club di periferia e sui palchi del mondo, accanto a giganti come Gil Evans, Ornette Coleman, James Brown.
Studiava Coltrane, ma restava irriducibilmente sé stesso: ruvido, sincero, viscerale.
“Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore», diceva.
“Io sono figlio di un soldato americano nero e di una donna napoletana.
Non sapevo chi fossi, poi ho capito: sono entrambi.
Sono il suono di due mondi.
Mi chiamavano ’o niro, e pensavano fosse un insulto.
Io l’ho trasformato in orgoglio, in ritmo, in vita.
Essere nero, per me, è portare dentro una storia di dolore e di luce.
Io sono un nero napoletano.
E questo non è un problema: è la mia verità.
Sapere che la pelle parla, anche quando stai zitto.
Io sono un napoletano nero.
Sono figlio del sangue e del mare.”
Così diceva di sé James Senese.
Un innovatore, un pioniere, uno sperimentatore.
La sua musica,a metà strada tra Napoli e il Bronx, è riconoscibile perché unica, autentica, vera.
James Senese ha saputo portare la verità nella musica, e forse questo è il suo lascito più grande: la sincerità, la coerenza, la libertà.
Come uomo e come artista, non si è mai piegato alle logiche del mercato.
La sua musica non è mai stata ruffiana: è sempre stata viva, necessaria.
“Solo il musicista conosce il motivo per cui sta creando quella composizione – diceva -solo lui, e nessuno può giudicarla”.
Un manifesto della sua arte, che si rifletteva nei temi delle sue canzoni: la voce degli ultimi, il lavoro, l’emigrazione, la dignità.
La sua musica è stata per il popolo e il popolo conosce il suo sassofono tra mille.
Il suo soffio è il suo marchio di fabbrica, inconfondibile, perché lì dentro si riconosce la sua anima.E l’anima di James resterà viva, per sempre, nei suoni che ci ha saputo regalare.



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